Exhibitions

NON SIA MAI L’OBSOLESCENZA DELLO SGUARDO @ Villa Solidea

September 2017

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Nella superba location di Villa Solidea, progetto dello Studio di Architettura e Ingegneria Santi, Stefano Santi ha presentato il suo ultimo catalogo “Non sia mai l’obsolescenza dello sguardo,” a cura di Elisabetta Pozzetti. La mostra con vernice ha visto la presentazione delle opere da parte della curatrice e la partecipazione di moltissime persone.

La descrizione di Elisabetta Pozzetti nel catalogo recita:

Sono spazi disabitati quelli narrati da Stefano Santi, latitudini e stralci di periferie in cui permane memoria di un vissuto, come patina impallidita di un trascorso esistenziale. Che siano espressione di un’edilizia ingegneristica o di una modesta ma dignitosa architettura domestica sono assurti a volumi, alleggeriti della grevità umana, per farsi superfici connotate da netti profili, forti spigolature. Spatola e pennello sono stesi per campiture veloci definendo orizzonti padani tesi all’astrazione.

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Il gesto che li delinea è sicuro, scaturito dalla piena assimilazione delle forme e dei contorni, dei pieni e dei vuoti. Stefano narra attraverso la pittura il suo quotidiano visivo, la consuetudine dello sguardo, che fa dell’obsolescenza dell’ovvio la mappatura dei luoghi amati, introiettati e restituiti su carta e tela, rinnovati e sottratti all’usura del già visto e rivisto. L’essere architetto ne rende consapevole e arguto il tratto, selettivo ed espressivo, e al contempo lo libera dall’ossessione descrittiva. Non indugia nel particolare, non si arresta nell’elemento accessorio: la composizione è sintesi assoluta, selezione di un setaccio visivo e di una interpretazione che impone l’essenziale al tanto, il poco al troppo. Il ricorso alla necessità sottrattiva deriva da un’azione, quasi compulsiva, di elaborazione per medium diversi: dall’occhio al diaframma fotografico, allo schizzo su carta fino alla definitiva trasposizione su tela. Tutti questi passaggi sono epurati di volta in volta, semplificati per peso e forma, per cromia e composizione.

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Ciò che persiste è lo scheletro strutturale, esito felice di una periodica dinamica affettiva: Stefano vede, rivede, osserva, nota, guarda, assimila i paesaggi urbani (e non) della sua terra. L’antica corte piuttosto che il cantiere, la rimessa piuttosto che la cabina elettrica sono frammenti di fotogrammi, appunti visivi a margine delle giornate lavorative. Cosa rimane di tutta quella materia edilizia? Ingombri sottratti alla prospettiva e consolidati dalla giustapposizione di tinte piatte, contrastanti, a ritmare il tutto. La figurazione viene liberata dai vincoli per farsi astrazione. In “Roccolo” (p.13) le facce di una casa sono tavolozza divertita di aranci e sottotoni, che solo alla lontana si apparentano al realismo stretto. La tensione all’astrazione ora è evidenza materica ora è accennata come in “Cabina” (p.7) dove, pur imponendosi il parallelepipedo della struttura, terra e cielo divengono evidenza monocromatica. Sul crinale di questi due mondi sta “La corte” (in copertina), scissa tra la parte mancina che ancora si attarda nel racconto della quercia e della sua generosa ombra antistante la rincorsa degli archi alle spalle, e la parte di destra con una netta cesura geometrica che non lascia spiraglio alcuno, illudendoci che si tratti di un muro tagliato dalla luce calda zenitale.

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In Santi l’urgenza al superamento del reale (a cui la professione quotidiana lo lega) lo si coglie anche dalle sempre più frequenti gocciolature che, come incursioni improvvise, si sovrascrivono al dettato formale, e così pure le sbavature, il sovrapporsi impreciso delle campiture che smarginano, in osmosi, l’una nell’altra. In questa, che potrebbe sembrare maldestra improvvisazione, si riconosce invece una accurata regia che vede nell’abbozzo emozionato la resa finale, nell’armonia cromatica il segno di un’eleganza innata. Come accade in “Sovrappasso” (p.4). Nelle sue opere, ci disvela il paesaggio frutto di un dettato interiore, fatto di sedimenti e di umori, di quella luminosità cupa e lattiginosa che è propria di una pianura, quella padana, parsimoniosa di meraviglie, che vanno scoperte e assaporate come un buon calice di lambrusco schietto in una dimentica osteria di paese. Santi ci consente di arrivare fino alla soglia come in “Via Boragine” (p.13) al numero 13, stiamo pure un po’ scomodi perché la facciata è di sguincio, non siamo invitati a trattenerci, dobbiamo proseguire, portandoci nel cuore il giallo ocra frammisto alla terra di Siena, interrotto nella parte inferiore dal grigio stropicciato della parete e dal bianco sporco della tubazione. Oltre la porta pesta di carboni e pece sta Stefano, la cui vibrante ispirazione trasuda appena, tra le venature di nero, in lapilli di rosso acceso.

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Ecco il video della presentazione:

opere di Stefano Santi

sede: Villa Solidea by Calzificio Pinelli

catalogo a cura di Elisabetta Pozzetti

testi di Elisabetta Pozzetti e Stefano Santi

fotografie di Vito Magnanini

progetto grafico di Gruppo Saldatori Srl

stampa di La Pieve Poligrafica Editore Villa Verucchio Srl

Per le opere riprodotte © 2017 Stefano Santi

Per i testi © 2017 Elisabetta Pozzetti, Stefano Santi

Per il reportage fotografico © 2017 Vito Magnanini

Proprietà artistica e letteraria riservata per tutti i paesi. ogni riproduzione, anche parziale, è vietata.

Deroga a quanto sopra potrà essere fatta secondo le modalità di legge.

Prima edizione, settembre 2017

 

I LUOGHI RITROVATI – LA POESIA DELL’ABBANDONO @Gazzoldo degli Ippoliti

September 2017

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Presentazione di PAOLA ARTONI, storica dell’arte dell’Università degli Studi di Verona, e VITO MAGNANINI, fotografo

«Il mio lavoro è il frutto di un’osservazione ostinata dei territori in cui vivo, luoghi che conosco bene e che posso trasporre cogliendone l’anima. Studio il soggetto attraverso foto e decine di disegni preparatori… mi affascina l’effetto che produce la luce sui muri delle case, che esalta il pieno e il vuoto, il contrasto tra il vecchio e il nuovo…»
(STEFANO SANTI)

 

BOUNDARIES @ SalaCaminada Manerbio

June 2016

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In occasione di questa piccola personale, Massimo Rossi scriveva:

“Con Stefano Santi vi è una facile tentazione di realismo. Dopo pochi attimi, tuttavia, ci si accorge di quanto la questione sfugga al semplice sguardo per divenire, quindi, memoria, impressione, struggimento, interrogazione. Un viadotto non è più una banale infrastruttura e una corsia autostradale sgrana, veloce, in un metaforico orizzonte in fuga”.

BOUNDARIES @ Torre Civica Marmirolo

April 2016

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Mostra e presentazione catalogo all’interno della splendida torre civica del Comune di Marmirolo. Evento sponsorizzato dal Comune e organizzato dalla KOART Associazione culturale. In occasione dell’uscita del catalogo, Vittorio Bustaffa scriveva:

MATERIA E SUPERFICIE

di Vittorio Bustaffa

«Tutte le volte che si riflette sul bello, si è arrestati da un muro.»

S. Weil, Quaderni

Lo sguardo di Stefano Santi è caratterizzato dalla quotidianità: i soggetti e anche le scelte prospettiche dei suoi dipinti non sembrano essere quelli di un viaggiatore che segue delle traiettorie prestabilite, quanto piuttosto il punto di vista di un semplice passante, talvolta abitudinario che fa le stesse strade tutti i giorni, come il pendolare lo fa costretto per lavoro. Stefano sembra non avere altro interesse che per lo sguardo stesso e per ciò che incontra, sia in esso strade, oggetti, persone (assai rare) o edifici, si lascia catturare da particolari apparentemente privi di un valore estetico che determina delle scelte poetiche precise e da questo c’è da chiedersi il perché non usi il mezzo fotografico per esprimersi.

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La pittura non contiene solo l’elemento formale, cioè l’elemento descrittivo o narrativo per eccellenza, il quale talvolta è anche veicolo di significati che vivono e si compiono solo nella forma. La pittura è caratterizzata anche dall’elemento materiale (elemento che la fotografia non possiede per sua natura o tenta di imitare dalla pittura) che è l’insieme delle scelte e del modo in cui il pittore esegue e compone il soggetto. Nell’elemento materico della pittura si coniugano al meglio osservazione, istinto, emozione ed intelletto.

Di fatto la modellazione della materia pittorica è una rappresentazione essa stessa di ciò che non solo possiamo vedere, ma possiamo anche sentire o percepire con altri sensi oltre alla vista.  Forma e Materia nella pittura convergono insieme a stabilire la creazione di un’immagine come un evento di molteplici piani di letture e sensazioni, molteplici piani di visioni della realtà, ci parla di come l’uomo vive il soggetto scelto o la realtà in genere, soggetti contemplati in un contesto dove ogni cosa è possibile e ipotizzabile. Qualsiasi elemento della realtà, visibile o invisibile all’occhio, rappresentato pittoricamente, può diventare altro da se stesso, persino altro dalla parola stessa che lo designa. E’ l’impronunciabile, l’insondabile in senso positivo e in senso negativo, in definitiva tutto il mondo delle possibilità dell’esistenza sono gli autentici soggetti che la pittura vuole affrontare. E’ per questa ragione che, da sempre, l’arte della pittura apre al campo vitale dell’indagine sul linguaggio umano e sulle strutture intellettive che generano il rapporto tra Creazione ed Esistenza.

Stefano si muove in una materia densa, ma questa densità ripetuta e modellata, mai totalmente appiattita, fa vibrare le strutture compositive dei soggetti trasfigurandole in strutture sensibili. La presunta mancanza di poetica paradossalmente determina qui una poetica della Superficie.

In quest’ottica diventa evidente che ogni campitura di colore, che sia cielo, parete, tavolo, persino corteccia d’albero o vetro di bottiglia, ogni superficie trattata con il colore materico nelle sue opere, genera un rimando all’essenza e al significato della superficie stessa. Superficie quindi intesa come materia sensibile, luogo di confine nella quale la meta della ricerca è la ricerca stessa in cui si manifesta un’identità tra realtà osservata e realtà pensata.

Quella di Stefano Santi quindi è una ricerca pittorica silenziosa e profondamente intima che esige coraggio e onestà perché non ammette compromessi e non è priva di severità nei confronti di se stessi nell’accettazione dei propri limiti – non solo tecnici – e nei limiti della realtà che viviamo. Nella sua radicale esigenza di verità, questo percorso pittorico sonda le più profonde inquietudini, perché il pittore qui si accompagna inevitabilmente alla negazione di ogni evocazione illusoria: il soggetto interpretato sulla tela rimanda esclusivamente alle strutture che lo costituiscono.

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Questa sorta di negazione delle dimensioni dell’immaginazione tuttavia non è assoluta e perentoria: nel persistere della figurazione e di un certo realismo, la materia di Santi non abbandona mai una contemplazione umile e partecipe di ciò che lo circonda, qualsiasi cosa incontri. Sembrerebbe che proprio nell’incontro con la materia densa delle cose esista per Stefano una via o un’aspirazione capace di superare la materia stessa, senza negarla, quanto piuttosto attraversandola. In queste visioni materiche, proprio nel momento in cui il sogno o le possibilità che non possiamo più intraprendere s’infrangono sulla parete di un edificio, emerge da quella stessa superficie un movimento, una vibrazione che a ben guardare, ci può regalare la promessa di uno stato di grazia capace di liberarci dalla densità che immobilizza lo spirito, ma trasfigura la densità stessa in intensità della presenza.

SUBSTANCE AND SURFACE

by Vittorio Bustaffa

«Every time we reflect on beauty, we come up against a wall.»

S. Weil, Notebooks

Stefano Santi’s gaze is characterised by everyday life: the subjects and the perspective choices of his paintings do not look like those of a traveller following predetermined paths, but rather the point of view of a passer-by, at times a creature of habit, one who takes the same street every day, as a commuter is obliged to do for work. It seems Stefano has no interests other than capturing what he meets whether it be along a road, objects, people (rarely) or buildings. He remains captivated by details which apparently lack any aesthetic value but which determine precise poetical choices, which makes us wonder why he does not express himself using photography.

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Painting does not only contain a formal element, or rather the main descriptive or narrative element, which can sometimes be a vehicle to express meanings which live and are fulfilled only in form, but it is also characterised by the material element (an element that photography, due to its nature, does not possess or attempts to imitate from painting) which is the set of choices and the method in which the artist accomplishes and arranges the subject. In the material element of painting, observation, instinct, emotion and intellect are best combined.

In fact the modelling of the pictorial substance is itself a representation not only of what we can see, but also of what we can feel or perceive with senses other than sight. Form and substance in painting converge to create an image as an event of multiple layers of interpretations and feelings, multiple ways of seeing reality. This image shows us how mankind experiences the chosen subject or the reality in general, subjects considered in a context in which everything is possible and conceivable. Any element of reality, visible or invisible to the eye, if represented pictorially, can become something other than itself, even different from the word that defines it. It is indeed the unpronounceable, the unfathomable in both a positive and negative sense, ultimately the entire world of possibility is what painting strives to represent. It is for this specific reason that the art of painting has always opened up investigations into the human language and on the intellectual structures that have created the relationship between Creation and Existence.

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Stefano moves in dense material, but this density is repeated and modelled, never totally flattened, making the compositional structures of the subjects vibrate and transforming them into sensitive structures. The presumed lack of poetics paradoxically determines the poetics of the Surface.

From this perspective it is clear that each field of colour, whether it be the sky, a wall, a table, even the bark of a tree or a glass bottle, each surface treated with highly tactile colour strokes, producing a cross reference between the essence and  the meaning of the surface itself.  Surface therefore signifies sensitive substance, it is the boundary line in which the purpose of research is research itself, in which an identity between realities observed thought are exhibited.

Stefano Santi’s pursuit is then a pictorial, silent, profoundly deep quest, which requires bravery and honesty because it does not allow compromises, and it is not without severity as regards oneself and the acceptance of one’s own limits –not only technical – and in the limits of reality where we live. In its own radical need for truth, this pictorial pathway probes the deepest fears, because the painter inevitably goes along with the refusal of any illusory evocation: the subject on canvas refers exclusively to the structures that it constitutes.13071795_972530162855097_2980803707088132018_o

This kind of denial of the dimensions of imagination is not however absolute and peremptory. The realism depicted in Santi’s pieces never abandons humble and participating contemplation of what surrounds him, and whatever he encounters. It seems like in encountering the dense substance of things, there is a path or an aspiration that enables Stefano to overcome the matter itself, without denying it, but rather passing through it. In these highly tactile visions, dreams and possibilities that we can no longer experience, shatter against the wall of a building, from that same surface a movement emerges, a vibration that on closer inspection, can promise an ecstasy that can free us from a density which blocks the spirit, turning the density itself into intensity of the presence.

Durante la mostra Enz Percus ha suonato i suoi Hand Pan.

STEFANO SANTI @ CorteCastiglioni

Settembre 2015.

MOSTRA CASATICO

In occasione di questa piccola personale, Leonardo Tonini scriveva:

” […] Qui l’oggetto dell’analisi è il territorio, inteso come luogo storico dove si vive. Luogo di una storia non individuale, ma di tutti, composto di molti strati come certi disegni su carta trasparente posti uno sull’altro. La pianura padana, il paesaggio agricolo che viene coperto dal paesaggio industriale, ma che, ai margini, nella periferia, traspare seppure urbanizzato. E’ il concetto di megalopoli, analizzato da urbanisti e sociologi fin dagli anni sessanta, che trova appunto nella marginalità del nostro territorio, il confine tra i due paesaggi umani. La città estesa è qui più visibile e ha un sapore, talvolta, di un luna park a luci spente, di giorno, quando gli effetti speciali non sono spenti.

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Foto di William Dollace

Ma Santi non si piange addosso, non vuole ritrarre il degrado o il nudo meccanismo. Per lui, proprio in quanto pittore, l’oggetto è la realtà nel suo manifestarsi, senza ideologie. Il presupposto di partenza è che, alla fine, quello che abbiamo è il risultato di quello che abbiamo voluto, la somma dei nostri desideri. I centri commerciali non rappresentano lo scadimento di un tempo ideale di piccole bottegucce di paese dove tutti ci si conosceva, ma sono una risposta a uno stile di vita che non è più quello di allora. Chi studia storia lo sa bene: l’immagine nostalgica del passato non rappresenta quasi mai la realtà e serve solo a creare, artificialmente, un disagio che, alla fine, ci rende impotenti verso il presente. Rimpiangiamo il passato e ci lamentiamo del presente, e in questo modo lo cristallizziamo, sembra che il presente sia eterno e immutabile nella sua mestizia. Ma l’artista è condannato a essere assolutamente moderno e per farlo ha come unica via quella di sfuggire agli schemi ideologici, alle semplificazioni culturali. Non un’arte che riproduce il visibile (ché nella riproduzione si nasconde il nostro modo, personale, di leggere; il nostro io), ma un’arte che rende visibile, che si sforza di andare oltre il luogo comune. Che non dice, ma indica. Il mito da sfatare è che il paesaggio contemporaneo sia brutto, o deprimente. Santi, al contrario, trova al suo interno il bello, il potente, e questo anche grazie all’attenzione compositiva dell’oggetto quadro che gli viene, forse, dai suoi studi di architettura.

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Foto di William Dollace

Insomma, che raffigurino un’autostrada, un viadotto preso da sotto, una casa gialla a fianco di una strada, un filare di gelsi, le sue opere non indugiano nella commiserazione, non denunciano un immaginario degrado, ma mostrano semplicemente il territorio come somma delle nostre storie individuali e come prodotto del nostro stile di vita. E lo scandalo, il perturbante, nei quadri di Stefano è che i suoi quadri sono belli. Un cesso di una casa di campagna abbandonata diventa una tela di drammatica forza emotiva, un oggetto quadro significante in sé. Il viadotto di cemento, l’autostrada, una lavanderia, non vogliono mostrare il deterioramento del territorio o rimpiangere la bellezza perduta, ma risultano esemplari nella loro immediatezza.”

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For the purpose of this personal exhibition, Leonardo Tonini wrote:

” […] Here the object of analysis is the territory, seen as a historic place where one lives. It is not the place of an individual story, but one which belongs to everyone, made up of several layers like drawings on transparent paper placed one on top of the other. The Po Valley, the agricultural landscape covered by an industrial landscape, but the urbanised outskirts shine. It is the concept of megalopolis, which has been analysed by Town Planners and Sociologists since the sixties, that finds the border between the two landscapes in the marginality of this territory. The extended city is much more noticeable here and seems almost like a funfair with the lights switched off, during the day, without the special effects.

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Photo by William Dollace

However, Stefano Santi chooses not to picture the decay and the bare mechanism. According to him, as a painter, the object is reality in its own manifestation, with no ideologies. The premise, is that in the end, what we have is the result of what we wanted, the sum of our desires. Shopping Centres do not represent the decline of a golden age of small local shops where everyone knows each other, but rather they are an answer to a way of life no longer as it used to be. Those who study history can understand this: the nostalgic image of the past usually does not represent reality and serves only to artificially create an inconvenience, which makes us feel powerless towards the present. We regret the past and bemoan the present, thus crystallising the present itself. It then seems like the present is eternal and immutable in its melancholy.

Nevertheless, the artist is condemned to be modern and to do so he is forced to escape to ideological images and cultural simplifications. Not an art that reproduces what is visible (in reproduction our own personal way of reading; our Ego, is hidden), but rather an art which makes it visible, which strives to go beyond commonplace, which does not state, but suggests. The myth to dispel is that the contemporary landscape is ugly and depressing, Santi, on the other hand, finds beauty and power in it, thanks also to the compositional attention of the object picture that comes from his Architecture studies.

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Photo by William Dollace

Depicting a motorway, a viaduct, a yellow house on a road or a row of sycamore trees, his work does not linger on pity, nor to degradation imagery, but he shows the territory as a sum of our individual stories and as a product of our lifestyle. What is scandalous and perturbing in Stefano’s paintings is that his pieces are beautiful. The bathroom of an abandoned house in the countryside becomes a dramatically powerful painting, meaningful in itself. A cement viaduct, a motorway, a launderette, are not meant to show the decaying territory or to mourn lost beauty, but they become exemplars in their immediacy.”

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M E G A L O P O L I @ Galeter

Stefano Santi e Leonardo Tonini. Febbraio 2015.

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MEGALOPOLI – art poetry painting landscape architecture existential concept – è un’area molto vasta a dimensione regionale urbanizzata, dove diverse aree metropolitane si uniscono e si amalgamano in un continuo ambiente costruito di grande dimensione. Il nuovo insieme assume i caratteri di una diversa e più ampia struttura urbana legata ed interconnessa, non presuppone un continuum edificato, ma comprende al proprio interno anche aree agricole e foreste. La padania può essere vista come un’unica megalopoli nella quale i territori agricoli sono ormai delle aree interstiziali, incluse fra direttrici di densa urbanizzazione che attraversano la pianura. L’aspetto nuovo più clamoroso dell’urbanismo padano è perciò l’imporsi dello sprawl, la campagna urbanizzata. Ma la città diffusa, sebbene derivi dalla “voglia di città” degli uomini, finisce per essere la città indifferente, il non luogo, per cui i legami che contano oggi sono diversi da quelli con il centro urbano, il cuore storico delle antiche e straordinarie città padane: sono sempre più i luoghi destinati alla fruizione della modernità (i nuovi luoghi sono i supermercati, la discoteca, il capannone industriale, il casello dell’autostrada).

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Stefano Santi e Leonardo Tonini, pittore il primo e poeta il secondo, cercano in questa Mostra un linguaggio nuovo per descrivere l’irrealtà di un non luogo che è diventato ed è l’orizzonte degli eventi di chi ci abita, l’ambiente privo di storia e di coscienza di milioni di individui impegnati ogni giorno a rendere reale l’esistenza propria e di ognuno, l’inaccettabile bellezza di ciò che senza saperlo sta sotto gli occhi di tutti.

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EZUFF  NY – Elvis Zapp urban Film Festival @ New York

“Un film festival che unisce architettura sperimentale, film sperimentale e musica. Elvis Zapp Urban Film Festival progetto di proiezioni è un progetto in corso, indipendente, alternativo, non commerciale, internazionale, che esamina la giustapposizione – reale e fittizia – dell’archiettura con idee di cinema, musica e città”. Stefano Santi racconta il suo processo creativo della pittura con il corto Rapture of Sign Potenza del segno.

“A film festival bridging experimental architecture, experimental film and experimental music. The Elvis Zapp Urban Film Festival Projection Project is an ongoing, independent, alternative, noncommercial, international film project examining the factual and fictive juxtapositions of architecture to ideas about cinema, music, and the city.” Stefano Santi tells his art practice through the clip Rapture of Sign.

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FORMA E MATERIA | Angelo Bussacchini e Stefano Santi @ Sala Bazzani

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DIA LOGOS – Painting and Architecture

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Una mostra in cui pittura e architettura dialogano mostrando la loro reciproca influenza. “Dia logos”, dello studio di architettura Santi, sarà inaugurata domenica alle 17 all’interno dello spazio espositivo della Devincenti Multiliving di Piubega. La mostra sarà divisa in due sezioni contrapposte ma unite dagli stessi elementi: segno, struttura e materia. Tipici non solo degli architetti e, quindi, dei dipinti con soggetto architettonico ma anche di quelli raffiguranti nature morte, persone e paesaggi. Nella prima parte saranno presentate alcune opere realizzate dallo studio Santi negli ultimi cinque anni di attività. Alcuni dipinti realizzati da Stefano Santi, invece, sono i protagonisti della seconda parte della mostra. Inaugurazione alle 17 (ingresso libero): la mostra resterà aperta tutto dicembre. (e.p.)

http://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca/2012/12/05/news/piubega-domenica-l-architettura-incontra-la-pittura-1.6150212